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Tra le cose da ricordare del 2016 c’è il mio sverginamento agonistico nel favoloso mondo delle marathon. Avevo anticipato questa mia ‘pedalata delle debuttanti’ a tempo debito e solo ora (dopo 4 mesi di recupero fisico e mentale dallo sforzo) vi racconto come è andata la mia Granparadiso Bike 2016 a Cogne.

La sera prima della gara, tipo intorno alle 19.30, sono riuscito a rompere il forcellino della front che avevo intenzione di usare in gara. Un cancello da 29 pollici montato in primavera 2016 che Dio solo sa come ha fatto il forcellino a saltare, praticamente da fermo. Spezzato in due. Kaputt. Andato.

E niente, il primo pensiero, ovviamente, è stato: non ho il mezzo, non farò la gara al meglio, non farò la gara (proprio). Ma in un impeto di orgoglio biciclista ecco che ho spostato la tabella col numero sulla full (sempre 29, si intenda) che uso per i giri alpini e, petto in fuori spalle in dentro e passo dell’eroe, saluto moglie e figli e me ne vado a dormire manco fosse la mia ultima notte o giù di lì.

Avete presente il freddo cane che sta facendo adesso, almeno nel nord d’Italia? Ecco alle 8.30 di mattina di una domenica 5 settembre a Cogne fa più o meno lo stesso freddo. Solo che sei in pantaloni corti, con solo un giacchetto antivento e la colazione che risale prepotentemente. Poi spunta il sole e la temperatura sale tipo due gradi al minuto.

Mentre che rimuginavo sul meteo locale e sulle escursioni termiche notte/giorno mi affianco a Martino Fruet, che la Granparadiso Bike l’ha vinta 3 volte, che mi incoraggia con un bel: “Caxxo fai tu qui oggi con il numero sulla bici?” Effetto macigno dei cartoni animati giapponesi…

Dopo questo buongiorno, ancora più rimuginante, mi allineo sulla griglia di partenza. Più o meno in quella zona verso i turisti della domenica mattina piuttosto che verso gli agilissimi e potentissimi pedalatori delle marathon.

Vabbè dai si parte. 200 metri e ho la bocca più secca del Sahara d’estate e nel polverone del primo tratto sterrato mi si chiude ancora di più. Tra tensione, emozione, paura e incoscienza, il mio fisico risponde presente.

Salita e discesa da Valnontey mi sembrano ok ma sono neanche 5KM, per cui ci sta, wow, sono in forma! Si sale nei boschi di Sylvenoire-Lillaz-e-ritorno e qui parte l’ottovolante che aveva anticipato nel video di anticipazione alla gara. Intorno a me gente che molla e gente che inizia a spingere. Ovviamente ho già più o meno una quindicina di minuti di ritardo da chi sta davanti.

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Con questo distacco arrivo ai 15KM dove inizia la lunga salita che, tolto un breve pezzo di discesa verso Montroz, porta alla cima Coppi più o meno a 2100 metri e sopra la frazione Gimillan. A metà della salita il feeling è più o meno quello di 4 o 5 cartoni di acqua legati ai piedi ma tengo duro.

Si entra nel tratto che è puro sentiero: stretto, tortuoso, pietre, radici, tornanti più stretti dei pedali alle pedivelle. E un sacco caldo. Boccheggio.

Comincia a farsi vivo un certo desiderio di mollare. Il terreno sembra colla. Ogni pedalata mi spinge più in dietro che avanti e… basta. Fermo. Bollito. Annebbiato. Stanco. Mollo il colpo. E questa sequenza va più o meno avanti per 10 minuti, forse più. Poi mi dico:”Arriviamo all’inizio della discesa e vediamo come butta. Al massimo mi fermo a Gimillan”. Le parole e la pacatezza non erano proprio queste, ma tralasciamo.

Parte la discesa e parte anche la ripresa. Mi riposo un sacco e mi stupisco di come comunque riesco a tenere dietro al percorso. Nonostante tutto ho visto che su molti tratti di discesa sono tra i primi 30 di giornata su Strava. Probabilmente ce n’erano altri 200, prima di me, che Strava non lo usano…

Delle centinaia di persone che mi hanno passato in salita ne recupero, a vista, ovvero a 30 metri davanti a me, più o meno una trentina. Ma appena riparte il pedalato (e stavolta è lungo fino a Lillaz, circa 15KM) mi vanno via di nuovo. Chiedendo lumi ad uno di questi fuggitivi rimasto per qualche minuto alla mia ruota, la sua risposta è stata: ‘E’ che in discesa faccio proprio schifo, sono piantato’. Tempo 30 secondi e mi scompare davanti anche lui.

Pedalo in modalità vacanza fino a Lillaz dove, nel boschetto di verso la Valeille mi riprendo per la 300esima volta e, mancando ormai poco, mi carico per la fine.

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Talmente carico che viaggio a velocità porcospino per tutto il secondo passaggio nei boschi di Sylvenoire ma vado a tutta sull’ultimissima discesa. Arrivo nel prato di Sant’Orso dove c’è l’arrivo. Vedo davanti a me, a meno di 50 metri, due concorrenti che si stanno avviando al traguardo chiacchierando pacifici. Già mi immagino di sverniciarli, se non subito almeno in volata.

Ma gli infami si girano, mi vedono, e buttano la catena sull’11. Io ero nei dintorni nel 21 e mi sembrava di essere su un rapporto duro. Non mi resta che abbandonare la sfida e passare l’arrivo in 270esima posizione su 314 arrivati a circa 1 ora e 25 minuti dal primo.

Il mio orgoglio mi dice di dirvi che i partenti erano più o meno 1.400 e che in 1.130 si sono ritirati mentre io ho tenuto botta. La verità è che ho creduto di tenere la gamba dei primi 15KM ma era troppo al di sopra delle mie capacità. Ci ho provato e l’ho finita.

Obbiettivo per il 2017 è arrivare dentro i 200. Ovvero, a parità di percorso, circa 20 minuti di meno.

Per onor di cronaca, tra la gente seria la gara è stata dominata da quello che, a settembre, era il team Lapierre Trentino con Martino Fruet a tirare tutta la gara salvo cavallerescamente cedere la posizione, la prima, a Pippo Lamastra, eroe cognein, alla sua ultima Granparadiso Bike con i colori suddetti. Il loro tempo è stato poco più di due ore.

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A 25 minuti da loro, in prima posizione tra le donne, la loro compagna di squadra Anna Oberparleiter.

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Ci si rivede nell’estate 2017.

Qui, con vergogna del mio risultato, vi metto la classifica:

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