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I rider alle prime armi e, soprattutto, alle prime spese per farsi una mountain bike da discesa/freeride/dirt puntano, come primo giro, a prodotti della serie ‘poca spesa tanta resa’. Io stesso per anni ho prediletto componenti magari un po’ pesantucci, ma per lo più resistenti (sulla carta) e sicuramente a basso costo. Negli ultimi anni, però, con l’esplosione della ‘moda’ della bici leggera, l’attenzione si sposta su altro.

Si vedono in giro sempre più prodotti in magnesio, titanio, carbonio e altri materiali e leghe iperleggere. Tutto questo ha visto levitare il prezzo di biciclette e componenti e, probabilmente, anche le imprecazioni dei rider al primo segno procurato da una caduta, uno strusciamento o uno sfortunato caricamento sul furgone o sulla seggiovia, su un componente pagato fior fior di quattrini. La domanda dei rider si sposta verso una soluzione meno costosa ma altrettanto leggera. L’offerta delle aziende risponde con un materiale un tempo ignorato, in particolare dalle discipline gravity: la plastica.

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Occorrono subito due precisazioni: plastica è un termine che semplifica erroneamente la cosa, nonostante si senta spesso parlare di ‘plasticoni’. La dicitura corretta è nylon composito rinforzato. Potrei entrare nel merito chimico della composizione, ma spero basti sapere che è duro, resistente e contemporaneamente leggero. In secondo luogo, i componenti, quelli che abbiamo testato, a cui si applica questo materiale sono i pedali flat. Tolte le bici da bambino e quelle di basso livello,ma quella è vera plastica, l’utilizzo di questo materiale è (ri)partito dalle bmx, dove crash, urti, sfregamenti etc dei pedali sono all’ordine del giorno, per arrivare alle mountain bike.

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Gli HT Nano-P sono i pedali flat in nylon composito della casa taiwanese che, come visto a Eurobike, produce anche dei gioiellini in magnesio e titanio mica da ridere. In Italia è distribuita da RIE Cycle, grazie alla quale abbiamo utilizzato dei brillantissimi Nano-P arancioni per quasi 3 mesi su bici da enduro, da downhill e sul frontino da dirt. Tre applicazioni diverse, ma tutte che richiedono stabilità del piede, in pedalata come in discesa, e di cui almeno due possono mettere seriamente a rischio la vita stessa del pedale.

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I pedali
La piattaforma dei pedali ricalca quella del modello omonimo in alluminio. E’ larga 100mm, lunga 95mm e alta 17mm, una bella sottiletta che garantisce una ottima base d’appoggio per chi ha i piedi grandi come il sottoscritto.

Su ogni lato ci sono 6 pin rimovibili (2 davanti, due dietro e due sull’esterno della piattaforma) e due pin integrati. Per quelli rimovibili occorre una brugola da 2,5 per avvitarli/svitarli e tramite degli appositi fori nella piattaforma, si accede facilmente alla testa. In questo modo si possono eventualmente adottare dei pin più lunghi o più corti, a seconda delle preferenze del singolo, ed evitare la sfortunata ipotesi che in caso di urto non si possano svitare. A quanti sarà capitato di vare la testa sulla parte alta del pin, dove appoggia il piede, battere il pin e non riuscire a svitarlo perchè tutto smangiato, storto o altro?

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Il peso è davvero ottimo per chi vuole componenti ultraleggeri: 345 grammi la coppia, 172,5 l’uno. La parte più pesante è il perno in acciao cr-mo che si avvita alle pedivelle con una bella brugola da 6mm (un classico)

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La pedalata
Con una piattaforma bella grande e dei pin ben posizionati, il piede è bello stabile e in fase passiva si tira dietro il pedale. In sostanza il piede non è solo appoggiato, ma anche ‘incastrato’. Utilizzando una scarpa che grippa, il tutto viene poi facile. Il peso contenuto regala poi quasi sensazioni da SPD, ovviamente non nelle prestazioni della pedalata in sè, ma come comfort del piede in spinta e in ritorno è tutto un altro discorso rispetto a quei flat mattoni in alluminio di un tempo.

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La discesa
Sullo sconnesso e a velocità sostenute, il Nano-P è in grado di trasmettere sicurezza: la base d’appoggio è bella rigida, solida. Non mi sembra di aver mai perso il piede ma anzi, su pietraie e rilanci in punti non proprio piatti la suola è sempre rimasta incollata alla piattaforma e incastrata dai pin.

La resistenza agli urti
Sono stato bravo, o più semplicemente fortunato, a non tirare mai delle secche su pietre radici e simili, per cui non ho fatto un vero e proprio crash test. Ho più che altro graffiato i pedali, col risultato che qualche danno estetico laterale si è presentato col tempo. I cuscinetti, il perno e i pin, invece, non hanno mai avuto il minimo allentamento. Con gli stessi pedali, marchiati in maniera diversa ma sempre prodotti da HT, ci ho fatto qualche anno fa una Megavalanche all’Alpe d’Huez e li sto ancora usando. Non è quindi per caso che HT è uno di maggiori e migliori produttori di pedali flat per mountain bike.

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In definitiva
Ogni tanto quado ci penso, credo che i pedali in composito possano davvero rappresentare il futuro. Sono leggerissimi, garantiscono lo stesso grip, se non migliore, di alcuni modelli in metallo più blasonati. Possono essere usati e resistere a tutte le discipline gravity, anche dagli enduristi che ancora non si legano bene agli SPD e che cercano un pedale flat leggero.

L’unico neo, che in realtà è stata HT stessa a rilevare, è la gobba rappresentata dal perno che per alcuni rider potrebbe rappresentare una elemento scomodo. Dal canto mio devo ringraziare il mio piedone, che si è letterlamente mangiato questa gobba, inglobandola nella suola. Dal canto di HT il problema non si pone più con i nuovi modelli del 2014 che prevedono una piattaforma concava, quindi più alta sui bordi anteriore e posteriore, che bypassa questo piccolo neo.

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Ultimo aspetto, di questi tempi forse ancora più rilevante, è il prezzo. Con soli 45 Euro di listino e 12 (!?) colorazioni diverse, invece di spendere fino a 4 volte per un pedale in magnesio e girare poi in punta di piedi temendo urti, graffi e danni, io me ne comprerei 4 di 4 colori diversi!

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