Made In Italy: Vielle Bikes

Negli anni 90 la downhill italiana era uno sport fiorente, che aveva molti partecipanti (nonostante la novità che rappresentava) e che portava molti rider anche sul palcoscenico internazionale. In quegli anni, che hanno visto Corrado Herin vincere la Coppa del Mondo downhill nel 1997, i mezzi che circolavano erano per lo più artigianali, sviluppati e prodotti quasi esclusivamente per le gare da gente appassionata.

Tra questi c’era Luciano Valenti, con le sue Vielle. Ho raggiunto Luciano, dopo un paio di incontri parecchi anni fa al pistino Terrakruda di Milano, per conoscere la sua storia e capire come erano quegli anni.

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Chi è Luciano ‘Vielle’.
Uno che aveva voglia di andare in bici. Ai tempi (negli anni ’90) volevo una Turro, e parlando con Turro me l’aveva promessa. Ci conoscevamo ma questa bici non arrivava mai e allora gli ho detto, scherzando, ‘faccio prima a farmela da me’. Lui si è messo a ridere, ma dopo un anno è arrivata la mia primi bici. Da lì, un po’ per ridere un po’ per provare, fammi provare di qui fammi provare di là, abbiamo messo su una squadra. Quattro i cinque ragazzi, tra i quali Oscar Colombo, uno che in Italia qualcosa ha vinto. Poi oltre a lui Recamento, Sottocornola, Combonato, Fausti, Erik Anselmi e infine Matteo Ronconi e Luca Cadei, due degli ultimi piloti che ho avuto.

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Nel 2010 ho dovuto mollare lì per seguire l’azienda di famiglia. Dopo un po’ mi è tornata la voglia di riprendere la bici. Abbiamo vinto con Milani anche l’italiano di 4X. Adesso con Fight ho ripreso in mano delle bici (modelli white label importati direttamente da Taiwan dalla Astro), ma al momento rimettersi a far telai vuol dire pensarci un po’ su come farli.

Mi son comunque tolto un po’ di soddisfazioni. Pensa che quello che oggi tutti conoscono come VPP siamo stati tra i primi ad utilizzare, nonostante oggi tutti lo riconducano solo ad alcune aziende. Magari ci siamo arrivati insieme, ma alla fine lo abbiamo sperimentato un po’ in tutte le salse, ma insomma siamo stati tra i primi.

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Come è nata la prima Vielle?
Volevo una bici biammortizzata, Turro non me la dava, correvo con una Nishiki rigida con davanti una Marzocchi da 45. Alla fine me la sono disegnata, tutta scatolata, quando all’epoca uno dei modelli di riferimento era la Mountain Cycles San Andreas.

La prima bici l’ho portata in fiera e lì ho conosciuto 3G, che poi è la CMD di Bassano, un’azienda che ha prodotto molte bici ammortizzate, soprattutto per l’estero quando in Italia ancora non esisteva proprio il concetto. Ho lavorato un po’ con loro ma poi mi sono rimesso a fare biciclette per i fatti miei, qualcuno le le chiedeva per correre e quindi ho messo su la squadra.

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La prima bici la volevo fare biammortizzata, da 75, poi mentre la facevo è venuta fuori da 100. Alla fine in quegli anni c’è stata l’evoluzione (sopra i 100) per cui… Anzi ti dirò, forse è venuta fuori di qualche cosa in più. Non mi ricordo la forcella, all’epoca usavano forcella a doppia piastra con il canotto avvitato, che si beccava tutta la torsione.

Quali erano i dettagli, le geometrie e, in generale, gli aspetti di cui si teneva conto all’epoca?
L’apertura non era esagerata. Su una bici dell’epoca da XC si usava un angolo da 71 della forcella. In DH si girava con forcella da 85 di escursione e apertura da 70°. Poi lavorando con 3G, con Mauro Gavasso, siamo arrivati fino a 68° che all’epoca era già un bel dire. Sai alla fine le bici venivano fatte più per salirci e capire cosa vuol dire fare discesa, cosa voleva dire avere un ammortizzatore dietro, come lavorava una forcella aperta…

E con i componenti come andava?
Come freni usavo gli EBC, non mi ricordo bene come si chiamavano, una marchio americano che frenava meglio di altri europei. Alcuni di questi, come i Magura, all’epoca era davvero un casino regolarli. C’erano già i primi freni a disco, ti scottavi un po’ troppo le mani e, col calore, crepavi i carri, per questo non li usavi molto. Poi per i telai di Combonato e Oscar (Colombo) li abbiamo messi.

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L’evoluzione dei freni, in generale, è stata un bel casino. Sono partiti dal farli con la spalla più alta e, tack, partivano i raggi. Per cui poi facevi i raggi più grossi, ma spaccavano i mozzi. E via fino a quando tra mozzi conici e simili non hanno trovato il giusto mezzo.

Allo stesso modo il forcellone. ‘Ci vuole rigido, ci vuole rigido’, lo facevi rigido e a quel punto non tenevano più i foderi. Poi pian pianino ti fai una ragione e capisci dove mettere più materiale e dove toglierlo. Non eravamo ingegneri, per cui si andava a braccia!

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L’ammortizzatore è stato un dramma. Il secondo prototipo di bici che ho fatto era sulla base di una Trek con l’horst, dove l’ammortizzatore lavorava come bielletta. Ero andato da una casa che lavorava con le sospensioni delle moto per trovare una via di farlo funzionare. Dopo una giornata di fallimenti mi hanno detto no, hai cannato il disegno. Ho provato poi dopo con un disegno horst più tradizionale e, di nuovo con questa azienda, la sospensione non funzionava. In preda alla disperazione, mentre stavo per buttare via tutto ci ho messo su un Grana e poi un Marzocchi e ha funzionato tutto. Forse non era il disegno del telaio a non funzionare…

Su questa base siamo arrivati fino a 160/180 di escursione per brevi periodi, con la forcella anteriore da 100/120. Rimango convinto anche oggi che fino ai 180 di escursione, un carro horst è il migliore, costa poco farlo e funziona sempre. Ho avuto comunque dei problemi che portavano la curva a diventare regressiva. Ho ripensato al disegno e ho trovato quello del cosiddetto VPP.

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Come sei arrivato al VPP?
Cercavo una bici che frenasse bene. Questo soprattutto per quelli che non vanno forte. Anche se non vai forte, hai comunque bisogna di frenare e per farlo deve saperlo fare anche la bicicletta. A me quelle bici che quando freni ti inibiscono l’ammortizzatore mi piacciono proprio poco. Per frenare devono poter girare le ruote. Se il carro non funziona bene, la bici si apre, le ruota vanno in senso contrario, l’ammo non lavora…

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Alla fine mi dicevano ‘Come mai in staccata le tue bici non fanno rumore?’ le mie bici hanno sempre avuto molto sag, per cui non è che frenavano meglio. E’ che lavorando di sag permettevano al carro di andare molto di più su e giù, quindi di tenere la ruota più attaccata al terreno e quindi di frenare con più aderenza e sicurezza. Tutto questo viene dalle moto e dal guardare come frenavano le bici. Alla fine vedevi un sacco di bici con la ruota dietro sempre per aria in staccata, per cui ti chiedevi ‘come ca**o fa a frenare? Frena con solo quella davanti!?’ Alla fine, secondo me, per frenare e guidare servono entrambe le ruote, o no?

Nel 97/98 sono arrivato ‘a pacco’ con l’horst per che per l’escursione che mi serviva non mi dava più lo stesso feeling. Mi sono messo quindi alla ricerca di qualcosa di nuovo e, come ti dicevo, ho trovato questo sistema, che non saprei come chiamare e che forse all’epoca già usava Cannondale. Abbiamo poi scoperto che molti altri lo stavano preparando e lanciando. Nel 99 sono riuscito a fare i primi disegni di una bici che ha poi corso nel 2000 e nel 2001.

Quindi il tuo lavoro era prettamente orientato al mondo gare?
Erano tutti mezzi da gara e la produzione era mirata a questo. Turro ci stava facendo un pensiero per la produzione in scala, ma purtroppo ha iniziato ad avere dei problemi. Siamo comunque riusciti a vendere una quarantina di telai ai tedeschi.

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A metà anni 2000 ho poi provato la strada dei telai da dirt, con un paio di ragazzi del bike park Terrakruda di Milano. E’ stato un tentativo, ma a livello personale di poca soddisfazione. Sono telai semplici, basta che gli dai una rinforzata qui e una li ed è fatta. Poi c’è da dire che il mercato non era molto vivo.

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Ho provato anche a fare qualcosa per l’XC, ma non è proprio il mio campo. Mi piacerebbe tornare a fare qualcose per la DH, ma dovrei trovare quel qualcosa, quell’idea, quel disegno che di un po’ di più. Non lo farei comunque per i numeri, ma proprio per passione. Oggi come oggi credo che per fare i numeri ci si dovrebbe mettere con l’enduro. Facendo qualcosa in più di quello che c’è adesso.

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A proposito dell’enduro, cosa ne pensi?
Ho li una bici del 96/97 e sono convinto che se la metti nell’enduro se la potrebbe giocare con altri mezzi. Tanto chi pedala pedala con qualunque cosa, è questione di allenamento, per me la differenza la fai in discesa, soprattutto se una bici funziona.

L’enduro deve ancora trovare una giusta dimensione, anche nelle bici. Perchè se la fai da pedalare, alla fine ti arrivano i crosscountristi e allora vedi che l’enduro non è più tale. Al contrario, rimanendo discesista, alla fine arrivano i discesisti di una certa età e vincono. L’enduro deve essere una specialità a tutto tondo e in qualche modo indipendente.

Forse il giusto mezzo potrebbe essere fare una speciale dove si pedala tanto e una dove si scende forte. Però se si vanno delle gare dove arrivano gli XC o i DH e vincono e alla fine snaturi la disciplina. Ovviamente è la disciplina più giovane e ancora devono trovare la via. Non devono sbagliare strada e secondo me da lì verrà fuori la nuova bici da enduro.

E di tutto il parlare delle dimensioni delle ruote?
Fai te che io son convinto che l’ottimo, per la guidabilità possa essere un ibrido: 26 dietro e 27,5 davanti. Rimanendo fedeli alle moto, se alla fine lì c’è una differenza tra le ruote un motivo ci sarà.
Con la 26 spingi, con la 27,5 scavalchi l’ostacolo.

Tornando alla downhill, si parla molto dell’evoluzione di questa disciplina: mezzi, piste e percorsi
Io sono per le piste aperte. L’enduro ha delle difficoltà logistiche visto che si corre su tante speciali distanti tra loro. La dh avrebbe forse più successo e seguito, soprattutto in Italia, se avesse miglior visibilità del percorso. Alla fine lo vedo nelle moto. La motocross, che si corre in un campo, non ha la stessa visibilità di una moto gp o superbike che si corre n un circuito ben più grosso. Se ha difficoltà la MX figuriamoci una disciplina che si corre in mezzo ad un bosco, al buio e in montagna.

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A me ad esempio piace tantissimo il 4X. Hai bisogno di poco spazio, è spettacolare, lo puoi fare volendo dovunque e potrebbe portare quella miccia di visibilità che ti porterebbe poi su tutto il resto. Però non credo che si senta questa cosa. Pensa a Giovanni Pozzoni, è giovane, ha fatto una gara internazionale, è arrivato bene, ma dove si allena? Si dovrebbe fare un discorso con la federazione per prenderlo e aiutarlo a crescere e portarlo in giro a far le gare.

Per emergere un po’ rimane sempre e comunque la TV. Pensa che all’epoca si era anche parlato di fare autoproduzione per i contenuti da mandare TV. Una volta c’era il circuito Grand Prix, sarebbe valsa la pensa iscriverla come grand prix internazionale, mettere su un budget per i premi che attiri anche gli stranieri, si creano i contenuti e li si mette in tv. Alla fine tra regole e gabole non si è fatto nulla, in molti sono scappati e ora la situazione non è rosea. Sta risalendo, ma rispetto alle potenzialità che c’erano all’epoca si è perso molto terreno.

In generale anche a livello internazionale forse solo Redbull cerca di dare visibilità. Anche i ragazzi giovani non ne sanno molto. Certo sono sempre su internet, ma rimane comunque difficile che cerchino enduro o downhill. A meno che non lo vedano sulla tv, oppure, certo, rimangono gli amici.

Comunque, almeno in italia, non ci sono ancora i volumi che si fanno con la TV. Alla fine surf, snowboard, parapendio e anche mtb ci sono in tv, però spesso è roba vecchia, americana che non ti da un’idea accattivante dello sport. Da qui il fatto che molti non vengono attirati: se quelle poche volte che lo fai vedere, è roba di 10 anni fa, le gente pensa davvero sia una roba da pazzi.

Per la dh mi piacerebbe più visibilità. Sto un po’ rientrando e non sono sicuro al 100% di quello che ho visto. Ho sentito che i telai stanno cambiando molto. Ho dei dubbi sulla leggerezza estrema delle bici.

E dell’uso del carbonio?
Mi fa un po’ paura il carbonio. E’ vero che anche con l’alluminio una volta si diceva che se c’è una crepa non la senti. Ma pensa questo: oggi come ogggi con un telaio in alluminio se cadi e bozzi il telaio, alla fine te la senti di tirare poi un doppio o un drop. Ma con un telaio in carbonio?
Io vado a pescare e li ci sono le canne in carbonio, da 3000 euro come da 3 euro, e ogni tanto si spezzano. Magari ci hai fatto qualcosa tu, ci sei passato sopra e simili, ma son canne da pesca. Ma pensa alla stessa cosa su un telaio su cui sei sopra.

Rivedremo una Vielle?
Al momento non credo. Se tornasse, sarebbe perchè mi sono messo a pensare a qualcosa di nuovo, che credo possa funzionare e che porti effettivamente dei vantaggi. Ma ora come ora non ho tempo e testa, mi accontento della bici che che prendo da Taiwan. In sostanza, se mi dovesse venire in mente un’altra ‘cazzata’ del genere, mi ci rimetto.

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