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Il Red Bull Rampage 2013 verrà ricordato per 3 motivi principali: 1) il più grosso backflip tirato da un drop, Cam Zink è un passo avanti a tutti per pelo e anche follia; 2) il più grosso backflip tirato su un gap da 72 piedi (circa 22 metri), e qui Kelly McGarry è il biondo che non t’aspetti; 3) la seconda vittoria di uno stesso rider, Kyle Strait rivince dopo 9 anni.

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E’ stata un gara avvincente, che solo il venti ha saputo interrompere e chiudere. Una di quelle gare che, su un percorso più da videogame che da gara di freeride, ogni struttura ti teneva incollato col pensiero: ‘lo tira o non lo tira?’ Sul COSA le versioni sono almeno due: trick o facciata?

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La giornata della finale di domenica 13 ottobre si è aperta con un proclama: Cam Zink avrebbe tirato un back flip dall’Oakley Icon Sender, uno dei drop più alti/cattivi/incaxxati che una mountain bike abbia mai visto.

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Il vincitore del Red Bull Rampage 2010, nonchè futuro padre (nel senso che nei prossimi giorni la sua compagna da alla luce l’erede Zink), non ci ha pensato troppo, è sceso dalla rupe di Virgin, Utah, ha tirato questo colossale back flip e poi, in preda a una dose massiccia di adrenalina, è scesao fino all’arrivo forse rendendosi poco conto di dove si trovava (o almeno è questa la sensazione che abbiamo avuto nelle immagini di Red Bull TV).

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Dopo questo backflip, che tutti ormai davano come il trick più impressionante di giornata, ecco un kiwi con i capelli biondi e lunghi che, zitto zitto, tira una replica da stringichiappe. Sul canyon gap da 22 metri di lunghezza e circa altrettanti in altezza, arriva a velocità fotonica e si chiude il secondo salto mortale gigante di giornata.

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Prima di questi due cappottoni, un’altro trick da strizza cervelli di Kyle Strait capeggiava al primo posto della classifica. Un suicide no hander sull’Oakley Icon Sender tirato da manuale, più una linea solida, triccata e spettacolare regalavano all’ex Teddy Bear il punteggio più alto e quella che sarà poi la vittoria finale.

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La mole da orso con la faccia da bambino di Kyle Strait ritornano alla ribalta. L’ex bambino prodigio della mountain gravity americana ritorna in auge dopo 9 anni dalla prima vittoria (allora aveva 17 anni) e qualche tempo in chiaroscuro. Da uno dei rider più pagati e sponsorizzati (Red Bull e Specialized) a uno dei tanti fenomeni che, poco più che ventenni, finiscono nel dimenticatoio (ovviamente solo in America, dove ne crescono sugli alberi di rider), con questa vittoria e la solidità della prova, Strait piomba nuovamente in cima al mondo freeride.

Dopo questa prestazione, anzi, queste prestazioni da paura, sorge una domanda: ma è davvero necessario tutto questo estremismo (nel senso di senso di estremo)? Le linee che i rider hanno realizzato e seguito sono sicuramente di un altro pianeta, esattamente quello del livello dei rider stessi, ma bbiamo visto più di una caduta rovinosa e almeno un paio di rider andarsene in barella.

Lo stesso Zink, dopo il back flip, come detto non sembrava in sè e nonostante una serie di rinforzi sul suo casco Troy Lee Designs, soprattutto sulla parte alta e laterale, sarebbero questi bastati a parargli il colpo in caso di caduta?

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I rider sono dei professionisti, pagati per fare quello che fanno, che sanno cadere e, soprattutto, sanno quello che fanno. Più o meno. Ma questa ricerca della linea sempre più estrema e del trick sempre più grosso ha senso?

Questo pensiero non vuole essere bacchettone, ci siamo entusiasmati come bambini anche noi a vedere il Rampage, con un po’ di invidia, se volete. Ma quando vedi un Brandon Semenuk che, per il secondo anno di fila, butta via due run cercando una linea incredibile, quando vedi gente che cade da 10 metri di altezza sulla roccia viva, quando vedi che è già tanto se indossano casco e ginocchiere, uno si domanda: ma questa è mountain bike freeride?

Probabilmente si.

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