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Negli anni 90 la downhill italiana era uno sport fiorente, che aveva molti partecipanti (nonostante la novità che rappresentava) e che portava molti rider anche sul palcoscenico internazionale. In quegli anni, che hanno visto Corrado Herin vincere la Coppa del Mondo downhill nel 1997, i mezzi che circolavano erano per lo più artigianali, sviluppati e prodotti quasi esclusivamente per le gare da gente appassionata.

Tra questi c’era Luciano Valenti, con le sue Vielle. Ho raggiunto Luciano, dopo un paio di incontri parecchi anni fa al pistino Terrakruda di Milano, per conoscere la sua storia e capire come erano quegli anni.

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Chi è Luciano ‘Vielle’.
Uno che aveva voglia di andare in bici. Ai tempi (negli anni ’90) volevo una Turro usata , e parlando con Turro me ne promise una a fine stagione, ma questa bici non arrivava mai e allora gli dissi, scherzando, ‘faccio prima a farla da me’. Lui si mise a ridere, ma dopo un anno è arrivata la mia primi bici. Da lì, un po’ per passione un po’ a forza di dare in prova la bici “fammi provare di qui fammi provare di là” , con un amico Antonio Giannotta, abbiamo messo su una squadra. Quattro i cinque ragazzi, tra i quali Fabio Poli, Abbili Alvaro, Ivana Sparano, Martino Alberto, Davide Recamento, Oscar Colombo, . Poi oltre a loro negli anni Bombonato, Davide Sottocornola, Enrico Dalfitto, Matteo Fausti, Paolo Apollonio, Erik Anselmo, Matteo Ronconi e Luca Cadei diventando un team che qualcosa ha vinto: 4 italiani DH, uno 4x e molto altro.

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Nel 2005 ho dovuto mollare per seguire l’azienda di famiglia. Dopo un po’ mi è tornata la voglia di riprendere la bici. Abbiamo vinto con Milani anche l’italiano di 4X. Adesso con Fight ho ripreso in mano delle bici (modelli white label importati direttamente da Taiwan dalla Astro), ma al momento non è tempo di rimettersi a far telai, anche se con l’ultima mia creatura del 2000 mi son comunque tolto un po’ di soddisfazioni. Pensa che quello che oggi tutti conoscono come VPP noi siamo stati tra i primi a progettarlo, nonostante oggi tutti lo riconducano solo ad alcune aziende. Magari ci siamo arrivati insieme, magari da altri rivisto un po’ in tutte le salse, ma insomma siamo stati tra i primi.

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Come è nata la prima Vielle?
Come dicevo, volevo una bici biammortizzata, Turro non me la dava, correvo con una Nishiki rigida con davanti una Marzocchi da 45. Alla fine me la sono disegnata, tutta scatolata, quando all’epoca uno dei modelli di riferimento estetico era la Mountain Cycles San Andreas.

La prima bici l’ho portata in fiera a Padova se non erro e lì ho conosciuto 3G dei fratelli Galli e la CMB di Bassano, un’azienda che ha prodotto molte bici ammortizzate, soprattutto per l’estero quando in Italia ancora non esisteva proprio il concetto. Ho lavorato un po’ con loro ma poi mi sono rimesso a fare biciclette per i fatti miei, e per i ragazzi della mia squadra.

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La prima bici la volevo fare biammortizzata, da 75, poi mentre la progettavo siamo arrivati ad una escursione da 100mm. Alla fine in quegli anni c’è stata l’evoluzione (sopra i 100) per cui… non finivi un progetto che già evolvevi a escursioni superiori. Non mi “ricordo” la forcella, all’epoca usavano forcella a doppia piastra con le prolunghe degli steli avvitate, che si beccavano tutta la torsione, era tutto un po’ sperimentale e in continua evoluzione.

Quali erano i dettagli, le geometrie e, in generale, gli aspetti di cui si teneva conto all’epoca?
L’apertura non era esagerata. Su una bici dell’epoca da XC si usava un angolo da 71 della forcella. In DH si girava con forcella da 85 di escursione e apertura da 70°. Poi lavorando con 3G, con Mauro Gavasso, siamo arrivati fino a 68° che all’epoca era già un bel dire. Sai alla fine le bici venivano fatte più per salire e pedalare e capire cosa vuol dire fare discesa non era facile, cosa voleva dire avere un ammortizzatore dietro, come lavorava una forcella aperta…

E con i componenti come andava?
Utilizzavamo come freni freni gli EBC se non erro, non mi ricordo bene il nome, una marchio americano che frenava meglio di altri europei con sistema idraulico a pattini. Alcuni di questi, come i Magura, all’epoca era davvero un casino regolarli. C’erano già i primi freni a disco, che andammo poi pure noi ad utilizzare ma ancora era tutto in via sperimentale, problemi col calore e altro, e poi con l’aumento della potenza frenante avevi le noie al ai foderi del carro posteriore, poi irrobustivi quello e noie ai mozzi e poi irrobustivi altro e di nuovo noie e poi…
Insomma materiali con maggiore performance davano migliori prestazioni al mezzo e di conseguenza aumenti la velocità e di conseguenza maggiore è lo stress e gli sforzi del mezzo e nuovamente dovevi rinforzare altre parti dovevi ristrutturare altri componenti e così via.

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L’ammortizzatore è stato un dramma. Il secondo prototipo di bici che ho fatto era un classico triangolo con un carro posteriore tipo horst e la biella superiore spingeva l’ammortizzatore a sua volta ancorato al forcellone nella zona del suo infulcro (tipo la Trek attuale). Non ancorato al telaio per intenderci. Ero andato da una casa molto conosciuta che lavorava con le sospensioni per moto e già produceva qualche ammortizzatore per bici. Dopo una giornata di fallimenti mi hanno detto no, hai cannato il disegno. Ho provato poi dopo con un disegno horst più tradizionale e, di nuovo con questa azienda, la sospensione non funzionava. In preda alla disperazione, mentre stavo per buttare via tutto ci ho messo su un Grana prestato da un amico e un Marzocchi poi e tutto ha funzionato. Forse non era il disegno del telaio a non funzionare…

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Su questa base siamo arrivati fino a 160/180 di escursione, con la forcella anteriore da 100/120. Rimango convinto anche oggi che fino ai 180 di escursione, un carro horst è il migliore, (minori costi di produzione) e funziona sempre. Ho avuto poi dei problemi quando si andava a progettare mezzi a cui si aumentavano le escursioni, problemi tipo la curva a tendeva diventare regressiva, biellismi esagerati, rapporti compressione esagerati ecc ecc. Ho ripensato al disegno e da lì dopo varie idee è nato il mio sistema.

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Come sei arrivato al VPP?
Cercavo una bici che frenasse bene e che ammortizzasse sempre, anche in casi estremi come esempio nelle staccate sullo sconnesso. Questo soprattutto per quelli come me che non sono dei fenomeni e spesso si attaccano ai tutte due i freni e ne vorrebbero un terzo se si potesse, oltre alle preghiere. Anche se non vai forte, hai comunque bisogna di frenare e per farlo deve saperlo fare anche la bicicletta. A me quelle bici che quando freni ti inibiscono l’ammortizzazione piacciono proprio poco. Se prendi una biammortizzata e provi da fermo a farla ammortizzare noterai che mentre affonda le ruote girano. Se provi a rifare la medesima cosa con i freni tirati noterai che occorre una forza maggiore e in alcune biammortizzate quasi non ci si riesce, questo perché le ruote nella fase di ammortizzazione ruotano e se tu freni… Per questo le ruote meno ruotano nella fase ammortizzante meno interferiscono e meno inibiscono l’ammortizzazione.

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Alla fine mi dicevano ‘Come mai in staccata le tue bici non fanno rumore? Le mie bici hanno sempre avuto molto sag, per cui non è che i freni funzionassero meglio. E’ che lavorando di sag negativo permettevano al carro di andare a scaricare quando la bici si tendeva ad alleggerirsi nel posteriore, quindi di tenere la ruota più attaccata al terreno e quindi di frenare con più aderenza e sicurezza. Tutto questo viene dalle moto e dal guardare come frenavano le bici nelle condizioni più estreme. Alla fine vedevi un sacco di bici con la ruota dietro sempre per aria in staccata, per cui ti chiedevi ‘come ca**o fa a frenare? Frena con solo quella davanti!?’ Alla fine, secondo me, per frenare e guidare servono entrambe le ruote, o no?

Nel 97/98 sono arrivato ‘a pacco’ con l’horst che per l’escursione che mi serviva non mi dava più lo stesso feeling. Mi sono messo quindi alla ricerca di qualcosa di nuovo e, come ti dicevo, ho trovato questo sistema, che non saprei come chiamare. Forse ‘carro rigido ancorato da due bielle una inferiore ed una superiore’. Qualcosa di simile aveva usato Cannondale e forse qualcun’altro, ma non so se e con gli stessi miei obbiettivi progettuali. Nel ‘98 sono riuscito a fare i primi disegni di una bici che ha poi corso nel 2000 e nel 2001.

Quindi il tuo lavoro era prettamente orientato al mondo gare?
Erano tutti mezzi da gara e la produzione era mirata a questo. Diverse case, alcune delle quali con cui già collaboravo, mi hanno perché volevano qualcuno dei miei precedenti progetti. Ad esempio avevo una biammortizzata da 80/90 ed una 120/140 posteriori, una delle prime biammortizzate non da DH. Stava nascendo il freeride, e qualche mio progetto è stato commercializzato da diversi marchi, ma per il nuovo progetto, “il virtual”, e ho optato per la scelta del marchio Turro ( forse tutto era un destino). Facemmo la fiera nel 2001 e subito ci fu una richiesta di una quarantina di telai per la Germania, ma purtroppo Turro, che operava in altri settori, ha iniziato ad avere dei problemi aziendali e ha chiuso l’attività.

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A metà anni 2000 ho poi provato la strada dei telai da dirt, con un paio di ragazzi del bike park Terrakruda di Milano. E’ stato un tentativo, ma a livello personale e progettuale di poca soddisfazione. Sono telai semplici, basta che gli dai una rinforzata qui e una li ed è fatta. Poi c’è da dire che il mercato non era molto vivo.

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Ho provato anche a fare qualcosa per l’XC, ma non è proprio il mio campo. Mi piacerebbe tornare a fare qualcosa per la DH, ma dovrei trovare quel qualcosa, quell’idea, quel disegno che dia quel un po’ di più. Non lo farei comunque per i numeri, ma proprio per passione. Oggi come oggi credo che per fare i numeri ci si dovrebbe mettere con l’enduro. Facendo qualcosa in più di quello che c’è adesso.

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A proposito dell’enduro, cosa ne pensi?
L’enduro disciplina deve ancora trovare una giusta dimensione, sia come percorsi e format che nelle bici. Perché se fai percorsi da pedalare, alla fine ti arrivano i crosscountristi e allora vedi che l’enduro non è più tale. Al contrario, rimanendo con impronta discesista, alla fine arrivano i discesisti e vincono loro. L’enduro deve essere una specialità a tutto tondo e in qualche modo indipendente. Forse il giusto mezzo potrebbe essere fare nella stessa gara speciali dove si pedala tanto e altre dove si scende forte. Il meglio sarebbe un mix. Ovviamente è la disciplina giovane e ancora deve trovare la via migliore. E da lì, poi, si potrebbe dare l’impronta ad una nuova bici da enduro.

Ho una bici DH del 96/97 e sono convinto che, se la metti con qualche piccola “rivisitazione”, nell’enduro attuale se la potrebbe giocare. La bici da enduro attuale deve essere una buona bici reattiva nel rilancio e ottima nelle performance discesistiche, la differenza la fai in discesa, soprattutto se una bici funziona.

E di tutto il parlare delle dimensioni delle ruote?
Fai te che io son convinto che l’ottimo, per la guidabilità possa essere un ibrido: 26 dietro e 27,5 davanti. Rimanendo fedeli alle moto, se alla fine lì c’è una differenza tra le ruote un motivo ci sarà. Con la 26 spingi e rilanci , con la 27,5 scavalchi l’ostacolo.

Tornando alla downhill, si parla molto dell’evoluzione di questa disciplina: mezzi, piste e percorsi
Io sono per le piste aperte. L’enduro ha delle difficoltà logistiche visto che si corre su tante speciali distanti tra loro. La DH avrebbe forse più successo e seguito, soprattutto in Italia, se avesse miglior visibilità il percorso. Alla fine lo vedo nelle moto. Il motocross, che si corre in un percorso chiuso ma a volte coperto e con la difficoltà maggiore nelle riprese televisive minore, non ha la stessa visibilità di una moto GP o Superbike che si corre n un circuito ben più grosso, ma più aperto e disponibile alle riprese TV. Se ha difficoltà la MX figuriamoci una disciplina che si corre in mezzo ad un bosco, al buio e in montagna.

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A me ad esempio piace tantissimo il 4X. Hai bisogno di poco spazio, è spettacolare, lo puoi fare volendo dovunque e potrebbe portare quella miccia di visibilità che ti porterebbe poi su tutto il resto. Però non credo che si senta questa cosa. Pensa a Giovanni Pozzoni, è giovane, ha fatto una gara internazionale, è arrivato bene, ma dove si allena? Si dovrebbe fare un discorso con la federazione per prenderlo e aiutarlo a crescere e portarlo in giro a far le gare e che lui sia da traino per altri, ma…

Per emergere un po’ rimane sempre e comunque la TV. Pensa che all’epoca nelle DH avevo proposto, essendo responsabile regionale lombardo FCI settore DH, 4X e BMX, di fare autoproduzione e accordarsi con le TV minori, spesso in cerca di programmi per riempire i loro palinsesti. Ma niente da fare come parlare ad un sordo, loro e la Rai, che poi al massimo mandavano in onda il campionato italiano alla una e trenta di notte con il commento di Bassani (aiutooo) o di peggio. Una volta c’era il circuito Grand Prix nazionale, e proposi di iscrivere le gare come gare interregionale anziché a livello nazionale, risparmiando di molto le spese di iscrizione agli organizzatori ed una parte del risparmio poteva essere suddiviso tra montepremi finali e autoproduzione tv. Istituire un buon montepremi attira anche gli stranieri e con la tv attiri interessi e sponsor. Alla fine dicendo che non si poteva iscrivere gare interregionali se si voleva la presenza di atleti fuori regione e tra regole e gabole (qualche anno dopo le gare vennero iscritte come regionali)… Comunque non si è fatto nulla, in molti sono scappati: organizzatori, case di bici e sponsor vari e ora la situazione non è rosea. Sta risalendo, ma rispetto alle potenzialità che c’erano all’epoca si è perso molto terreno.

In generale anche a livello internazionale forse solo Redbull cerca di dare visibilità. Anche i ragazzi giovani non ne sanno molto. Certo sono sempre su internet, ma rimane comunque difficile che cerchino enduro o downhill. A meno che ne vengano a conoscenza per il passaparola degli amici o per quelle rare volte che passa qualcosa in TV.

Alla fine surf, snowboard, parapendio e anche mtb ci sono in tv, però spesso è roba vecchia, americana che non ti dà un’idea accattivante dello sport. Da qui il fatto che molti non vengono attratti: se quelle poche volte che lo fai vedere, è roba di 10 anni fa, le gente pensa davvero sia una roba da pazzi.

E dell’uso del carbonio?
Mi fa un po’ paura il carbonio. E’ vero che anche con l’alluminio una volta si diceva che se c’è una crepa non la senti ecc ecc . Ma pensa questo: oggi come oggi con un telaio in alluminio se cadi e bozzi il telaio, alla fine te la senti di tirare poi un doppio o un drop. Ma con un telaio in carbonio?
Io vado a pescare e li ci sono le canne in carbonio, da 3000 euro come da 30 euro, e ogni tanto si spezzano, magari ci hai fatto qualcosa tu, ci sei passato sopra e l’hai posata male o è caduta su di un sasso. Ma son canne da pesca e l’unico sforzo è quando lanci o hai il pesce in canna. Non fa salti e non subisce torsioni o sforzi esagerati eppure si spezzano. Pensa a cosa subisce un telaio da DH: ci sei sopra e ci dai dentro… non so, ancora non mi da fiducia al 100%.

Rivedremo una Vielle?
Al momento non credo. Se tornasse, sarebbe perché mi sono messo a pensare a qualcosa di nuovo, che credo possa funzionare e che porti effettivamente dei vantaggi. Ma ora come ora non ho tempo e testa, mi accontento della bici che prendo da Taiwan. In sostanza, se mi dovesse venire in mente un’altra ‘cazzata’ del genere, mi ci rimetto.

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Noi invece speriamo si riveda!

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